Identità, storia, ebraismo, famiglie, ironia: a proposito di “Patrilineare”
A Roma presentanto l’ultimo libro di Enrico Fink, un viaggio (ebraico) nel Novecento

Il 7 aprile la Casa della memoria e della storia di Roma ha ospitato la presentazione del libro di Enrico Fink Patrilineare. Una storia di fantasmi pubblicato nel 2025 dall’editore torinese Lindau (365 pagine, 20 €). Oltre all’autore, erano presenti il giornalista e co-autore della rivista di Radio 3 Fahrenheit Michele De Mieri, e Alessandro Portelli, notissimo storico e americanista.
Patrilineare. Non così spesso capita di trovare titoli così esplicativi, e al tempo stesso (lievemente) provocatori. Perché sappiamo, è chiaro, che si tratta di un libro di identità e di storia ebraica (e “un’intero affresco di storia del Novecento”, come ha esordito De Mieri). E come mai questo sostantivo, a descrivere la struttura di trasmissione identitaria matrilineare in assoluto?
La provocazione del titolo non è però solo nella negazione di uno dei cardini della tradizione ebraica ortodossa, ma anche nella ben ribadita “mascolinità” del testo. Maschile è la catena delle generazioni che riporta il protagonista autobiografico al ritorno all’ebraismo, maschili sono i “quattro più uno” protagonisti della narrazione: il bisnonno, Benzion Fink, arrivato da Gorizia e poi chazan al tempio di Ferrara, il nonno, il padre (il noto critico letterario e cinematografico Guido Fink), ed Elias stesso, ovvero l’alter ego del narratore. Il “più uno” è nient’altro che Gianfranco Rossi, anche lui personaggio storico, cugino primo di Giorgio Bassani (lontanamente imparentato con la famiglia Fink), quasi dimenticato (almeno fino all’uscita di Patrilineare!) scrittore ebreo ed omosessuale, a cui ha dedicato un saggio su “La Rassegna Mensile di Israel” l’italianista olandese Reinier Speelman (vol. 83, n. 1, 2017). E forse proprio nella scelta, apparentemente controcorrente, di un paesaggio culturale quasi interamente maschile, sta la caratteristica più evidente di questo libro. Perché, come ha detto Alessandro Portelli, “la virilità dei personaggi maschili, così come nei libri di Tony Morrison, consiste qui nella capacità di trattenersi, di astenersi”. Si tratta dunque della proposta di una maschilità “alternativa” basata non sull’aggressione, non sul possesso.

Un libro dunque che, almeno in questa fase storica, si presenta come indispensabile. La circoncisione tardiva, descritta verso la fine del libro, a cui il protagonista arriva determinato, ma pur con molti dubbi e incertezze, in toni che si bilanciano abilmente fra il serio, il comico e il grottesco, è il coronamento non solo di un percorso religioso e identitario (“essendo ebreo solo da parte di padre ero, per il mondo ebraico, un ‘non-ebreo’, un numero negativo”, ha detto Fink in un’intervista), ma anche, come nella tradizione ebraica, la testimonianza di un patto di non aggressione nei confronti del mondo.
Ma molti altri, difficili da enumerare in un breve spazio, sono i temi di Patrilineare portati alla luce anche durante questa presentazione. Enrico Fink, vale pena rammentarlo, è dal 2020 Presidente della Comunità ebraica di Firenze (per la quale aveva già ideato, diversi anni addietro, una delle sue manifestazioni di maggior successo, il Balagàn Cafè), ed è anche, da tempi immemorabili, un molto stimato musicista, studioso ed esecutore di musica antica ebraica. È dunque quasi obbligatorio che la musica, la voce, costituiscano per lui il tramite primario di aggancio con la tradizione, con la riappropriazione del retaggio delle generazioni che lo hanno preceduto.

Un altro dei punti focali del romanzo è costituito da una narrazione che Fink definisce “bellissima e terribile”. Egli ne è affascinato e vi costruisce intorno quello che lui stesso descrive come un Midrash, e al tempo stesso grava sulle sue spalle, rendendolo conscio del peso di essere, come nella celebre definizione della psicologa israeliana Dina Wardi, “una candela della memoria”. La narrazione è nient’altro che la Fiaba posta a incipit da Bassani dell’ultimo capitolo del Romanzo di Ferrara, L’odore del fieno. Qui lo scrittore-simbolo di Ferrara racconta, trasfigurandola, ma forse non troppo, l’ascendenza ferrarese della famiglia di Enrico Fink, legandola per sempre a questa città.
Una risposta
Un romanzo con molti “alti” e qualche basso. Non lo ho completamente digerito.