Chanukkà, il miracolo e la pace
Stasera inizia “la festa delle luci”. Su Riflessi Massimo Giuliani ci svela l’interpretazione di Maimonide, che, in tempi angusti come quelli di oggi, è un invito alla fiducia (e all’azione)


Ora, Maimonide non è uno incline a vedere miracoli a destra e a manca, e appena può, degli eventi straordinari, cerca di dare le spiegazioni più naturali possibile. In questo caso, egli usa senza riserve il termine miracolo, nes/nissim, a rimarcare che le circostanze storiche erano così sfavorevoli che la vittoria degli asmonei (o maccabei) non era per nulla scontata. La restaurazione del culto monoteista nel Tempio, la ripresa dei sacrifici kasher e il pieno controllo politico su Gerusalemme furono davvero miracolosi, nel senso più popolare del termine. Ne deriva che questa è, o dovrebbe essere, una festività di popolo, una festa politica ossia pubblica. Come si segnala questa “politicità” di Chanukkà? Lo spiega con chiarezza il settimo rebbe di Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson, quando ricorda che i lumi della chanukkià devono essere accesi presso la porta di casa, o nel cortile (per chi ce l’ha), il più possibile verso l’esterno della casa, verso l’area pubblica; e in più andrebbero messi accanto allo stipite sinistro della porta o del cancello. Non sono, ovviamente, dettagli insignificanti, bensì altamente simbolici: «Lo scopo dei lumi è quello di illuminare l’esterno, la proprietà pubblica [la reshut ha-rabbanim ossia la proprietà dei molti]; la parte sinistra [o sitrà achrà, in aramaico, che nella qabbalà indica il lato oscuro del Divino e del mondo] è da dove muove la cattiva inclinazione e donde si genera disunità ed estraneazione».

Consapevole di questi significati della mitzwà, la chassidut di Lubavitch ha sviluppato l’abitudine dell’accensione pubblica di monumentali chanukkiot, con tanto di inviti alle pubbliche autorità, in mezzo a piazze importanti delle città occidentali (a Roma in Piazza Barberini, a Milano in Piazza San Babila), onde rimarcare che il messaggio di questa festa ebraica nasce sì da un miracolo particolare, la storia di un piccolo orcio di olio, una minuzia nel grande conflitto tra ebrei e “greci” (i seleucidi, che volevano imporre l’ellenismo con la coercizione), ma si espande e diviene un emblema universale – politico appunto – di libertà religiosa, base dei diritti elementari di ogni popolo e cultura.

Anche Chanukkà si “piega”, per così dire, alla grandezza della pace: se pressati da dura necessità, si rinunci persino ai lumi di questa festa ma non si smetta di perseguire lo shalom ha-bait (e si sa, bait in ebraico significa tanto casa/famiglia quanto casa/nazione). Se non lo avesse scritto il Rambam nel suo trattato su Chanukkà, chi avrebbe avuto l’audacia di scriverlo?

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Grazie!