Slavi, tedeschi, ebrei: un viaggio affascinante tra confini e identità

Una nuova iniziativa culturale presentata a Roma 

L’11 gennaio è iniziato, a Roma, un breve ciclo di discussioni su libri, a cadenza mensile, nato dalla collaborazione fra l’associazione di Studi Ebraico-Tedeschi Ayn-T (https://www.ayn-t.org/), il Dipartimento di Lingue e Culture Moderne dell’Università di Genova, il Beth-Hiller Roma e il Centro Studi Philo. Il primo incontro era dedicato alla presentazione del numero monografico della rivista “Ricerche Slavistiche” (la più antica rivista dedicata a questo ambito tematico in Italia) intitolato Slavi, tedeschi, ebrei: Migrazioni, confini, esperienze, a cura di Roberta Ascarelli, Ramona Pellegrino, Laura Quercioli. Il prossimo appuntamento è previsto per il 16 di febbraio, e si tratterà della scoperta dei legami fra l’ebraismo e il pensiero di Hegel, uno dei più influenti pensatori dell’età moderna. Il libro di cui si discuterà è Infinita Nostalgia. Hegel e l’ebraismo, di Enrico Achille Colombo (Belforte 2025) Per partecipare è necessario prenotarsi all’indirizzo:

centrostudiphilo@gmail.com

Caratteristica del volume di “Ricerche Slavistiche” è non solo l’interesse dei singoli contributi, ma semplicemente l’idea di base del volume, che situa la cultura ebraica dell’Europa Centro Orientale non solo in un rapporto “a due” con la cultura tedesca, ma anche in un triangolo straordinariamente fertile con quella slava: polacca, russa, ucraina…

Questo volume è un viaggio appassionante nell’Europa centro-orientale, dove lingue, culture e destini si intrecciano da secoli in un mosaico di incontri, scontri e straordinarie contaminazioni.

In continuità ideale con il volume Strane connessioni (2023), il libro illumina la Mitteleuropa non come una semplice regione geografica, ma come uno spazio mentale poroso, segnato dall’eredità asburgica e da confini sempre mobili. Al centro c’è la presenza ebraica perché in questo mosaico mitteleuropeo, l’ebraismo ashkenazita è il vero catalizzatore di un vivace dialogo tra tradizioni e culture. Collocati storicamente tra il mondo germanico e quello slavo, gli ebrei non subiscono la contaminazione: la elaborano in infinite varianti e la rendono feconda, dimostrando che l’identità più ricca nasce proprio dove i confini si fanno porosi e le identità si intrecciano: mediatori linguistici, culturali e intellettuali, hanno intrecciato yiddish, tedesco, polacco, russo e ladino in una rete di scambi che ha reso possibile ibridazioni altrimenti impensabili. La loro esperienza diasporica – come osserva Andreas Kilcher – ha generato una “mappa mentale” transnazionale capace di collegare Oriente e Occidente superando ogni rigida frontiera nazionale – un tratto che lo storico Jacques Le Rider ha riconosciuto come cifra profonda della cultura mitteleuropea.

I contributi coprono un arco vastissimo: dall’Illuminismo ebraico (Haskalah) alla contemporaneità, toccando storia delle idee, letteratura, linguistica, etnografia e arti visive. Ne emerge un ritratto sfaccettato che smonta stereotipi estremamente: non più centro vs periferia, dominanza vs subalternità, ma processi di ibridazione, “trans-integrazione” e sconfinamenti che tracciano il perimetro identitario e culturale di un’Europa che si presenta come  laboratorio di incontri e sconfinamenti che dal passato si proietta sul futuro.

Si ribalta il cliché dell’ebreo orientale “arretrato”, mostrando come molti intellettuali polacchi arrivati a Berlino portassero una formazione ricca, forgiata anche nei contatti con ambienti sefarditi e alcune università, quella di Padova in particolare. Il loro ruolo è decisivo nel dare alla Haskalah berlinese un volto più complesso, meno germanocentrico.

Shloyme An-ski, invece, rilegge il folklore ebraico orientale alla luce del pensiero herderiano: la cultura popolare, la spiritualità infantile e lo “spirito del popolo” diventano mattoni per una memoria ebraica viva e romantica dell’Europa dell’Est.

Dal poliglotta anarchico Max Nacht (Nomad) alla “letteratura del ghetto” di Nathan Samuely, dal dialogo tra Stanisław Vincenz e Rudolf Maria Holzapfel alla migrazione linguistica di Julya Rabinowich, il volume esplora forme di impegno politico e identitario che sfuggono alle grandi narrazioni nazionali.

Infine, la sezione contemporanea rilegge il concetto di Heimat nelle scrittrici ebree ex sovietiche emigrate in Germania, il lascito di Paul Celan in Ucraina e la memoria della Shoah nelle installazioni di Mirosław Bałka. Emerge con forza da queste ricerche un’Europa che non smette di interrogarsi su identità, cittadinanza e appartenenza, lontana da ogni semplificazione.

Nel suo insieme, ampio e variegato, questo numero di Ricerche slavistiche non si limita a raccontare il passato: offre lenti critiche per leggere il presente, mostrando come l’analisi delle esperienze di confine, delle migrazioni e delle intersezioni culturali possa contribuire a una comprensione più articolata dell’Europa centro-orientale, offrendo strumenti critici per interrogare il presente e ripensare categorie come identità, cittadinanza e appartenenza al di là di ogni semplificazione nazionale.

Leggi tutto il numero di febbraio: Riflessi febbraio 2026

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