L’Europa, la guerra, l’antisemitismo

Intervista a Ezio Mauro

Ezio Mauro è giornalista e saggista, direttore de “La Stampa” e poi per vent’anni de “La Repubblica”.  Per Feltrinelli ha da poco pubblicato un dilago realizzato anni fa con il sociologo Zygmunt Bauman sulla salute dell’opinione pubblica, in realtà una riflessione attenta sul futuro della democrazia. A lui Riflessi ha  chiesto un giudizio sul tempo della crisi che viviamo oggi.

Zygmunt Bauman, con cui lei dialoga in questo libro, alcuni anni fa ha coniato un’espressione che ha avuto un grande successo: “società liquida”. Voleva intendere un mondo che “non riesce a conservare la propria fisionomia, a strutturarsi”, in cui la vita delle persone è talmente veloce e mutevole da “non riuscire a consolidarsi in abitudine, procedure e forme”. Se guardiamo però la realtà di oggi, sembra che questa liquidità voglia coagularsi verso due poli estremi, che rivendicano una lettura assoluta e non disponibile al confronto. Penso a Donald Trump, o, per parlare dell’Italia, ai recenti scontri di piazza. Lei teme il rischio di un ritorno a un violento scontro sociale?

Ezio Mauro

Proprio la mancanza di punti di riferimento riconosciuti e accettati comporta nella società liquida un impoverimento della realtà, che non è più l’ancoraggio solido e condiviso da cui partire con le diverse interpretazioni culturali dei fatti e delle loro conseguenze. Aggiungiamo la crisi delle grandi agenzie che strutturavano per definizione il modo di pensare dei cittadini: i partiti (che non hanno una storia alle spalle, ma sono tutti nati mercoledì scorso), il sindacato, i giornali. Questo spiega l’affievolirsi della pubblica opinione, il suo silenzio su quasi tutte le grandi questioni aperte. Nel vuoto di pensiero condiviso lo spazio dell’agorà viene occupato dalle tematiche più radicali, che non si consolidano in una corrente di opinione, ma piuttosto in un turbinio di sensazioni, emozioni e suggestioni, si formano e si disfano: dall’opinione alla folla.

Come spiega questa difficoltà dei partiti a parlare al proprio elettorato, non solo in Italia, ma ormai in tutto l’occidente?

Non dovunque, anche se il piano inclinato della fase porta a destra. In Italia la sinistra paga un problema di identità ancora irrisolta, nel senso che si è affidato al passare del tempo la soluzione del nodo identitario, invece di affrontarlo e risolverlo con un vero rendiconto, capace di separare errori da orrori, riconoscerli e distinguerli, e a quel punto poter finalmente valorizzare compiutamente il contributo che la sinistra ha dato alla democrazia italiana, dalla Resistenza, alla scelta della Repubblica, alla lotta al terrorismo rosso, fino alla difesa delle istituzioni, da cui il più grande partito della sinistra era di fatto escluso. La sinistra invece è senza nome, perché dei due suoi nomi storici uno – socialista – è durato troppo poco, sepolto da tangentopoli e dal pentapartito, l’altro – comunista – è durato troppo a lungo, senza affrontare appunto il nodo del comunismo sovietico di Stato e della dittatura  fino a un minuto dopo la caduta del Muro: inevitabilmente i calcinacci di quel Muro le sono rimasti addosso. Mentre la destra sembra aver trovato la ricetta con cui chiedere e ottenere consenso – maggiore sicurezza, minori tutele sociali, l’individuazione di nemici: i propri avversari politici, gli stranieri, gli altri poteri dello Stato – la sinistra è da oltre una generazione incapace di proporre un modello alternativo. Il cambio di scenario rispetto al quadro costruito dopo il 1945 è segnato dal fatto che la guerra sembra tornata a essere una categoria non solo del pensiero, ma anche dell’azione.

Oggi dobbiamo tornare a temere la guerra all’interno dei confini dell’Unione europea?

Zygmunt Bauman (1925-2017), filosofo ebreo polacco

La guerra è già in Europa, noi ci crediamo spettatori, mentre siano già retrovia. È incomprensibile che l’Europa occidentale non si renda conto che l’attacco all’Ucraina è un attacco ai principi e ai valori in cui dicevamo di credere, quando la prova era lontana e affermarlo non costava nulla, mentre siamo Incapaci di testimoniare concretamente la nostra  fedeltà a quei valori oggi che l’impegno a sostegno dell’Ucraina comporta un’assunzione di responsabilità. Non mi stupisce che lo faccia la destra: sono meravigliato che la sinistra fatichi a capirlo.

Il radicalismo che attraversa i tempi che stiamo vivendo ha avuto un chiaro punto di caduta negli ultimi due anni: la guerra a Gaza e l’antisemitismo che ne è derivato. L’opinione pubblica occidentale ha da subito preso posizione contro Israele, cancellando ben presto il massacro del 7 ottobre. La sinistra è sembrata cavalcare spesso questo sentimento, senza distinzioni; ad esempio tra il governo Netanyahu e il resto del paese. Potremmo considerare questa radicale e generale avversione un’altra manifestazione di quella manipolazione dell’opinione pubblica di cui parla il vostro dialogo?

È come se l’orrore di Gaza, con le responsabilità gravissime ed evidenti del governo Netanyahu, avesse portato alla luce, insieme con un sentimento di solidarietà per il popolo palestinese, un fondo di antisemitismo che le ragioni della storia tenevano sopito, sotto controllo: quasi che questo pre-giudizio si sentisse autorizzato a rivelarsi. Io penso che bisogna partire dal pogrom del 7 ottobre chiamandolo col suo nome, denunciare lo sradicamento del popolo di Gaza dalla sua terra con un massacro, per avere infine la forza di lavorare per uno Stato palestinese e per la sicurezza e ovviamente per la sopravvivenza dello Stato di Israele.

Come giudica invece la difesa pressoché incondizionata che la destra italiana offre al governo israeliano? Possiamo dire che oggi a destra è scomparso l’antisemitismo?

Non sarei così sicuro: se non si prendono le distanze dal fascismo denunciando la sua natura, ma si condannano solo gli episodi più clamorosi del ventennio, come si può pensare che proprio l’antisemitismo sia superato, mentre il resto rimane senza giudizio e senza ripensamento?

La velocità con cui oggi le informazioni viaggiano sulla rete è anche sintomo, lei dice, della grande fragilità delle nostre società. Se conta solo la velocità, infatti, “la memoria viene erosa”. La memoria della Shoah mi sembra uno degli esempi più evidenti di questa erosione. Com’è possibile conservare, ora che la generazione dei testimoni si avvicina alla fine, la memoria non solo dei lager e delle persecuzioni nazifasciste, ma più in generale la memoria di quelle dittature, e la nostra convinzione che non ci sarebbero più state?

Sta sbiadendo complessivamente la coscienza del valore della democrazia. Non solo per gli attacchi esterni (Putin e Trump), che sono la principale minaccia, ma anche per una sorta di erosione interna, da parte dei cittadini d’Occidente, che non si sentono in dovere di difendere questa civiltà democratica che è il loro stile quotidiano di vita, la forma politica della loro libertà. E’ questo sentimento che si è smarrito, come se la democrazia nata dalla ribellione alle dittature fosse una sovrastruttura del Novecento, travolta al passaggio di secolo dalla rivoluzione tecnologica in corso. Non dobbiamo accettarlo: l’esito di questa partita, oggi, dipende anche da ognuno di noi.

Leggi tutto il numero di febbraio: Riflessi febbraio 2026 (2)

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