Bibi è al capolinea (almeno spero)
Intervista A Roberto Della Rocca
Con che animo il Paese aspetta il terzo anniversario del 7 ottobre?

Ogni anno che passa lo stato d’animo peggiora. In questo momento Israele chiede sopra ogni cosa la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente, che va assolutamente avviata non solo per comprendere le cause che hanno portato al 7 ottobre, ma anche per impedire che ciò possa accadere di nuovo. Per questo, la “coalizione della speranza”, come si chiama l’unione di tutti i partiti, esclusi gli arabi, che si oppongono alla coalizione di Netanyahu, è concorde nell’affermare che il primo atto che compirà il nuovo governo sarà quello di istituire questa commissione. Per farlo esiste già la legge che è stata utilizzata altre volte in passato. Dovrà accertare non solo le responsabilità di Bibi, come stanno emergendo dalle indiscrezioni e dalle inchieste apparse sui giornali, ma anche dell’esercito e dello Shin Bet (il servizio segreto interno, n.d.r.)
Fra poche settimane Israele tornerà al voto. Attualmente i sondaggi dimostrano che se la coalizione di Netanyahu è abbondantemente sotto la soglia minima di 61 seggi per governare, la coalizione della speranza, senza l’apporto dei partiti arabi, difficilmente arriverà quella cifra.
Non sono d’accordo. Io credo che alla coalizione della speranza saranno sufficienti 60 seggi. Tieni conto che il maggior partito arabo, Ram, ha messo in lista, al numero 2, un sicuro sionista, che in passato è stato responsabile della sicurezza in Israele. Quindi, laddove il fronte che si oppone a Bibi arrivasse a 60 seggi, il sessantunesimo arriverebbe da questo voto, e neppure potrebbe dirsi che a reggere il nuovo governo saranno stati i deputati arabi, proprio grazie a questa scaltra decisione del leader di Ram, Mansour Abbas. Ci sono piuttosto altre incognite sull’esito delle elezioni.
Quali?
I sondaggi non riescono a prevedere se due piccole formazioni politiche nuove, nate a destra, riusciranno ad entrare nella Knesset. Se ci riusciranno, avranno quattro seggi a testa. In tal caso è probabile che sottrarranno seggi a Netanyahu, ma in ogni caso si collocheranno in quello spazio politico, e dunque potrebbero impedire alla coalizione della speranza di arrivare a 60 seggi. In ogni caso, è da escludere che Netanyahu da solo possa farcela di nuovo, o peggio riuscire a guidare un altro governo. Su un dato i sondaggi sono concordi: fin dal gennaio 2023, quando questo governo ha provato introdurre una riforma della giustizia che avrebbe diminuito l’indipendenza della Corte Suprema israeliana, il consenso della maggioranza non è mai andato oltre i 50 seggi. Tutto ciò che è seguito dopo, a cominciare dal 7 ottobre, non ha avuto praticamente effetto sul consenso complessivo della coalizione. Per questo sono fiducioso che ci sarà un nuovo governo.
Eppure bisognerebbe non sottovalutare l’astuzia politica di Netanyahu.
È vero. Netanyahu ci ha dimostrato di avere, politicamente, più vite di quante ne abbia un gatto. Alcuni osservatori temono addirittura che, una volta visto il risultato del voto, possa ufficialmente farsi da parte, solo per consentire al Likud di entrare nella maggioranza, così da poterla poi condizionare dietro le quinte. Per cui occorrerà in ogni caso attendere non solo il voto, ma anche la certificazione dei risultati ufficiali, il che lascia un altro margine di incertezza.
Che vuoi dire?

Tra il voto e la certificazione dei risultati trascorreranno circa sette giorni. C’è chi teme che Netanyahu in questa settimana riapra il fronte iraniano, con un nuovo attacco, solo per poi giustificare, se non la guida del nuovo governo, perlomeno l’ingresso suo all’interno del nuovo esecutivo. È un’ipotesi estrema, ma che non mi sento di escludere completamente. Per questo oggi in Israele c’è molta tensione.
Ipotizziamo invece che le cose vadano come tu prospetti, e che dal 28 ottobre si cominci a pensare ad un nuovo governo, che chiuda definitivamente l’era di Netanyahu. Chi potrà guidarlo?
Scommetto tutto su Eisenkot. È attualmente la figura nell’opposizione che raccoglie maggiori consensi. È un moderato, seppur conservatore, attorno al quale potranno sedersi sia l’ala più a destra, guidata da Bennet, sia quella più a sinistra, guidata da Yiair Golan con il partito dei democratici, al quale appartengo. Eisenkot può fare l’ago della bilancia in molti sensi. Seppure non abbia molta esperienza politica, è stato capo di Stato maggiore dell’esercito. Inoltre gode di una vasta ammirazione nel Paese, perché dopo il 7 ottobre ha perso un figlio. morto a 25 anni mentre era impegnato con altri soldati in un’operazione nel Nord di Gaza, e due nipoti in seguito agli scontri nella Striscia. Infine, è di origine marocchina, ossia sefardita, e questo può attirargli la simpatia di quell’elettorato sefardita medio basso che normalmente vota il Likud.
E per quanto riguarda gli altri leader politici? Come vedi il risultato per Lapid, Liebermann e per Golan?

Yiar Lapid si è unito con Bennet alcuni mesi fa, forse con un gesto troppo affrettato. il risultato è che da quel momento i consensi per la coppia Bennet-Lapid hanno cominciato a scendere, e oggi non hanno quasi più chance di guidare il Paese. Ci sarebbe poi anche Lieberman, che otterrà poco meno di 10 seggi, e che aspira a governare il Paese, ma che a mio avviso non ha chance. Infine Golan e il partito dei democratici. I sondaggi li attestano tra i 10 e i 12 seggi, e sarà importante mantenere questo risultato. È importante cioè che nel governo ci sia una forza democratica e progressista che possa in questo modo equilibrare le tendenze più a destra che saranno presenti nel nuovo governo.
Laddove Eisenkot dovesse davvero guidare il prossimo esecutivo, hai già detto quale sarà il primo atto di governo (la commissione d’inchiesta). E il secondo?
Tutti i partiti dell’opposizione hanno già dichiarato che vareranno una legge per porre un tetto al numero massimo di mandati a guidare il governo. Saranno probabilmente due. L’obiettivo è impedire che chiunque altro in Israele possa avere la parabola politica di Netanyahu, che ha guidato Israele per trent’anni.
Che succederà in Cisgiordania?
Un governo che non avrà più al proprio interno Netanyahu, né Ben Gvir, né Smotrich, adotterà un cambiamento radicale in Cisgiordania. Innanzitutto saranno fermati i coloni estremisti e terroristi, che rappresentano circa il 5, massimo 10% della popolazione che vive in quelle terre. Inoltre il governo riacquisterà il controllo sulla polizia che dovrebbe assicurare l’ordine pubblico in Cisgiordania, oggi nelle mani di Ben Gvir. Infine, si darà nuova autorevolezza allo Shin Bet. Insomma, mi aspetto grandi cambiamenti in Cisgiordania.
E a Gaza?

Per quanto riguarda Gaza, occorre comprendere che una priorità assoluta di tutto Israele è garantire la sicurezza del Paese, cioè evitare un nuovo 7 ottobre. Per questo credo che con il nuovo governo si continuerà secondo le direttive del piano Trump che prevede il disarmo di Hamas, per avviare poi la ricostruzione. È probabile, però, che anche a Gaza si assista a una de-escalation, ad esempio con la diminuzione degli omicidi mirati.
Mi sembra di capire che, almeno nel breve periodo, non ci siano spazi per immaginare la ripresa di un colloquio con la dirigenza palestinese.
È sicuramente troppo presto per immaginare un simile scenario. Tieni conto che a novembre si voterà in Cisgiordania. La novità potrebbe essere quella di Dahlan, che potrebbe rientrare e interessarsi alla politica palestinese. Si è candidato con una lista che ha stretto un accordo con Hamas, e vedremo se otterrà successo. C’è anche un’altra lista, più moderata, che ha l’obiettivo di riavviare i colloqui con Israele. È evidente che solo l’esito di questa elezione potrà farci comprendere se si potrà riaprire la strada del confronto, o se questa resterà ancora chiusa.
Cosa ne pensi del modo con cui la comunità internazionale guarderà a Israele dopo il voto?
Sono sfiduciato. Ormai da Israele osserviamo i Paesi occidentali continuare una campagna mediatica profondamente ostile. Il palestinismo, una nuova tendenza ideologica molto diffusa anche in Italia, sostiene che quel che sta avvenendo in Medio Oriente sia colpa unicamente ed esclusivamente di Israele. In realtà, dietro questa ideologia c’è un odio antiebraico fortissimo.
Ad alimentare il giudizio negativo su Israele contribuisce, da ultimo, anche il film documentario “Naza”. Tu lo hai visto?
No, non l’ho visto, ma comunque in Israele è al centro di un ampio dibattito.
Nel documentario viene intervistata, in maniera anonima, una serie di militari, i quali descrivono le procedure attraverso cui si decidono gli interventi e le azioni da realizzare a Gaza. Dal documentario emergerebbe come l’intelligenza artificiale sia in grado di programmare e realizzare interventi in cui gli effetti collaterali, ossia la morte di civili non coinvolti in atti di terrorismo, raggiungono cifre anche molto alte, nell’ordine di centinaia di persone.
Come ho detto non ho visto il documentario. Però ho letto i suoi contenuti e le interviste ai due registi. Innanzitutto occorre considerare che gli autori del documentario si collocano nella parte più radicale della società israeliana. Chiedere a loro come Israele sta conducendo la guerra a Gaza sarebbe come chiedere in Italia a un rappresentante di “Cambiare rotta” o di “Potere al popolo” se Fratelli d’Italia sia un partito fascista. Detto questo, ci sono cose che non mi convincono. Innanzitutto si omette completamente di raccontare il 7 ottobre, cosa è realmente accaduto, e che effetti abbia avuto questo trauma sul Paese. Il fatto che gli intervistati siano anonimi lo comprendo, perché servendo ancora sotto le armi hanno dovuto mantenere l’anonimato. Tuttavia questo ci impedisce di comprendere quale sia il livello di conoscenza che hanno delle procedure effettivamente realizzate per compiere gli interventi a Gaza. Da parte mia ho intervistato una ufficiale dell’esercito israeliano, con nome e cognome, la quale ha spiegato come l’intelligenza artificiale fornisca dei modelli che poi spetta però sempre a degli esseri umani convalidare, rettificare, o non eseguire. Per cui, anche se credo che singoli atti gravi siano stati commessi, e che possano essere qualificati come crimini di guerra, non penso che l’esercito israeliano abbia mai programmato un’azione sistematica di uccisione dei civili.
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