“Pensare e costruire futuro”: presentato il libro su Enzo Sereni
Il Laboratorio Rabin, dopo il convegno di aprile, pubblica gli atti dell’incontro. Ce ne parla il curatore

Dopo Roma, il percorso di presentazioni toccherà diverse città italiane, a partire da Milano, Genova e Torino, con l’auspicio di proseguire all’estero: a Berlino, dove il confronto con la storia ebraico-tedesca assume un significato particolare, e idealmente a Tel Aviv, nel prossimo febbraio, a cento anni esatti dall’aliyah di Enzo e Ada Ascarelli.
Il libro è evidentemente solo uno strumento. Il motivo per cui lo abbiamo voluto pubblicare è che crediamo che la biografia di Enzo Sereni, la sua vita e il suo pensiero, abbiano un’attualità profonda.
La prima traccia di questa attualità riguarda la sua figura di intellettuale militante. Come ha mostrato Niccolò Panaino studiando gli articoli pubblicati da Sereni nel 1941 sul “Giornale d’Oriente”, durante l’esilio in Egitto, Sereni non si limita a denunciare il fascismo. Comprende che battere il fascismo non è sufficiente: occorre ricostruire dalle fondamenta l’Italia, un Paese e una intera comunità nazionale, decostruendo la forza narrativa di un regime che ha trascinato e conquistato le masse a una ideologia razzista, gerarchica, primatista, bellicista.

Il suo orizzonte è l’endiadi inscindibile di democrazia e socialismo, un socialismo democratico non soltanto evocato ma praticato fino alle estreme conseguenze. Paracadutato nell’autunno del 1943 tra le linee nemiche per contribuire alla Resistenza italiana, verrà catturato e ucciso a Dachau nel novembre 1944. Questo è il primo nodo di attualità: Sereni è un intellettuale militante che capisce il proprio tempo, progetta un’alternativa e sceglie di combattere; e che in ogni passaggio della propria vita prende una posizione che comporta una perdita, un rischio, una rinuncia, appunto fino alla morte, quando rifiuta nei fatti l’idea di una salvezza individuale separata dal destino collettivo.

La seconda traccia di attualità è lo sguardo largo con cui affronta i problemi del suo tempo. Dall’Italia all’Europa, fino alla Palestina mandataria, Sereni declina un sionismo socialista inteso come progetto di liberazione nazionale e insieme di emancipazione umana, universalista. Il kibbutz, da lui definito nei primi anni Trenta «grande e aperto, luogo di rivoluzione permanente», è il laboratorio di questa trasformazione. Un sionismo che — pur con contraddizioni e limiti che vanno conosciuti — non si afferma nella conquista fisica di un territorio a scapito di altri, in un’idea etno-centrica ed esclusivistica ma nella proposta radicale della convivenza, dunque della trasformazione economica e sociale della Palestina e della trasformazione morale dell’essere ebreo: non più intellettuale diasporico ma lavoratore della terra e costruttore di comunità egualitarie.
Il cardine di questa rivoluzione permanente è il lavoro, base della ricostruzione e possibile terreno di alleanza tra comunità diverse.
In un tempo di certezze urlate, a noi basta dubitare. Dubitare che la distruzione, l’odio, il rancore, l’occupazione, il terrorismo, la guerra siano le risposte giuste. E credere che un futuro di convivenza e cooperazione sia possibile.
Per questo anche l’evento del 20 gennaio a Roma ci ha consentito di contribuire a riscoprire Enzo Sereni, il suo pensiero vivo, non pacificato, non canonizzato, che ci impone di sperare.
Leggi tutto il numero di febbraio: Riflessi febbraio 2026 (2)