Israele attende il cambiamento

Intervista a Sergio Della Pergola

Come ci si prepara in Israele a vivere il terzo anniversario del 7 ottobre?

Sergio Della Pergola, professore emerito all’Università di Gerusalemme, è statistico e saggista di fama internazionale. E’ specializzato in demografia dell’ebraismo nel mondo e in Israele (Foto: E. Salman)

Direi che innanzitutto colpisce lo stacco incredibile tra la realtà di Israele oggi, un Paese certamente pieno di difficoltà, con i suoi conflitti interni e anche le sue pazzie, ma anche una indomita vitalità, e come viene rappresentato nei media e nell’opinione pubblica internazionale. Leggo e ascolto molto sul dibattito pubblico in Italia e altrove, e trovo cose che dal 1945 non si erano più sentite sugli ebrei. Nei miei 84 anni non mi era mai capitato di essere conscio di un’esperienza del genere. Prima di parlare di Israele, perciò, consentimi di affermare che questa che stiamo attraversando è una impressionante crisi globale. Il livello della pubblicistica e del discorso accademico in Italia e altrove è solitamente ignorante, e spesso ignobile. Per quanto riguarda Israele, la situazione non è per nulla semplice. Oggi in Israele sia la società civile sia la politica nazionale devono assumere la consapevolezza di avere davanti a sé un lungo processo di autocritica e di analisi, anche per comprendere qual è stata la nostra corresponsabilità nel determinare un giudizio così ostile nei nostri confronti. Oggi si fa davvero molta difficoltà a immaginare come sarà possibile uscire da questa situazione. A fronte dell’ostilità, molto spesso un vero e proprio antisemitismo con venature naziste scatenato nei confronti degli ebrei, sono possibili due interpretazioni. La prima è quella per cui basterà rimuovere i fattori che da ultimo hanno determinato questa ondata per migliorare: occorre cioè rimuovere Netanyahu e il suo governo estremista dalla guida del Paese, per ritornare a un punto di partenza accettabile. Io sostengo invece la teoria dei tempi lunghi, in cui l’antisemitismo, o più esattamente l’antiebreismo (con la e), non è solo un fatto contingente, dettato da cause specifiche, ma un fenomeno strutturale, per così dire, inerente alla società umana. In effetti, da quando esiste la scrittura è possibile trovare tracce di ostilità nei confronti del popolo ebraico. Naturalmente, nel corso delle varie epoche cambiano gli strumenti, le parole e gli artifici retorici per esprimere tale ostilità, ma i contenuti restano ampiamente gli stessi. Ne sto scrivendo in un testo che spero di pubblicare entro la fine dell’anno (per “Sofer” editore, n.d.r.), in cui cercherò di documentare e sostenere questa mia ipotesi. Naturalmente, non voglio sottovalutare con questo la responsabilità dell’attuale dirigenza israeliana, che giudico gravissima, per tutto quello che è accaduto e sta ancora accadendo in questi tre anni dal 7 ottobre.

Tutto il mondo ha visto le immagini di Netanyahu che osserva molte delegazioni lasciare l’assemblea generale Onu per protesta. Che effetto ha avuto la scena in Israele?

Innanzitutto occorre ridimensionare l’effettiva portata politica della scena. Se è vero che tanti delegati hanno lasciato la sala, è anche vero che rappresentanti della maggioranza delle delegazioni sono rimasti. Per quel che riguarda i Paesi arabi, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco non l’hanno lasciata. Questo certo non allevia la sensazione di isolamento internazionale in cui Israele è stato confinato dalla gestione dell’attuale governo Netanyahu, il quale è stato ignorato al palazzo di vetro dell’ONU da tutti, Trump compreso, che si è rifiutato di farsi vedere insieme a lui. Quanto a Netanyahu, ha utilizzato la vetrina dell’ONU semplicemente per la campagna elettorale in Israele, tanto che ha chiesto che il suo intervento andasse in onda nella fascia oraria serale più seguita dai cittadini israeliani. Rivolto a loro, e non al mondo, Netanyahu ha lodato la civiltà israeliana, cercando di infondere coraggio, con un discorso che non ha modificato in alcun modo la situazione internazionale così a noi avversa. Sul piano della politica interna, i sondaggi hanno registrato come unico effetto quello di assegnare un seggio in più al Likud. Purtroppo la realtà è che anche in Israele buona parte del pubblico è incline ad ascoltare parole semplici, demagogiche, con messaggi estremamente elementari, che non contribuiscono a comprendere e ad affrontare la complessità e la gravità del momento.

Come vive il Paese la situazione di guerra con l’Iran?

droni iraniani

Oggi osserva ciò che accade spaccato al proprio interno. Il mio giudizio è che la politica di Benjamin Netanyahu è fallita. Oggi non ha più neppure la sponda di Trump, che a New York ha rifiutato di parlargli, e che è preoccupato di limitare i danni per sé alle prossime elezioni di midterm. Quanto all’Iran, è difficile dare un giudizio, in quanto non conosciamo esattamente quale sia la situazione interna, per cui al momento non si può prevedere fino a quando il regime riuscirà a portare avanti la sua repressione, o se la situazione economica è così disastrata da essere alla vigilia di un tracollo interno. Il che in ogni momento potrebbe condurre a una sortita militare disperata delle Brigate della Rivoluzione che avrebbe conseguenze disastrose. Quel che è evidente è che in questo momento gli Stati Uniti non hanno la volontà, e forse neppure la forza, di un nuovo attacco massiccio e che Israele da solo non può pensare di avviare alcuna iniziativa. Probabilmente dovremo attendere le elezioni americane per comprendere cosa accadrà. Un fatto certo è che la Cina aiuta l’Iran militarmente.

Gli ultimi sondaggi mostrano un’estrema incertezza sull’esito del voto del 27 ottobre.

I sondaggi danno risultati abbastanza stabili, ma, da sondaggista quale sono, nutro un certo scetticismo sulle ricerche svolte. Ormai vengono realizzate con strumenti che riducono la loro affidabilità. Per esempio si fa meno uso dell’intervista telefonica, preferendo l’uso dei social media, cui molti non rispondono. Questo riduce la rappresentatività del campione prescelto. Fatta questa premessa, la tendenza che emerge è che il blocco guidato da Netanyahu subisce una pesante perdita rispetto a quattro anni fa, passando da 68 seggi a circa 51. Il blocco delle opposizioni, capeggiato da Eisenkot, attualmente ha una proiezione simile, attorno ai 53 seggi. Quattro seggi andrebbero a una nuova lista di “soldati della riserva” che però non ha dichiarato da che parte sta. Infine c’è il blocco degli elettori arabi, che dovrebbero ottenere fino a 12 seggi. Su un totale di 120 seggi, siamo dunque in una condizione di totale incertezza. Il sistema proporzionale israeliano prevede una soglia di sbarramento del 3,25%, che se si supera dà automaticamente diritto a quattro seggi, ma se risulta insormontabile fa sì che le forze che entrano alla Knesset si dividano i seggi rimanenti. Due forze politiche, molto piccole, potrebbero avere un peso determinante per la formazione del nuovo governo. Una è appunto il partito dei “riservisti”, formazione politica piuttosto eterogenea. L’altra è il partito dell’ex-generale di brigata Winter, che si colloca su una posizione politica di estrema destra ma il cui allineamento finale rimane incerto. Nell’incertezza di comprendere se queste forze politiche ce la faranno a entrare nella Knesset, sono possibili a mio giudizio tre scenari.

Vediamoli.

la Knesset, il Parlamento israeliano

Il primo è che nessun blocco arrivi a ottenere i 61 seggi che servono per governare perché i partiti più piccoli ce l’hanno fatta. In questo caso, dopo tre mesi di consultazioni fallite, la legge prevede nuove elezioni, ossia nella primavera del 2027. Nel frattempo, Netanyahu rimarrebbe a governare per gli affari correnti, il che significherebbe che potrebbe continuare a governare il Paese come meglio crede: essendo già scaduto non può cadere. Il secondo scenario è che i piccoli non ce l’hanno fatta. Allora Eisenkot, in base a una lieve maggioranza relativa, forma un governo di minoranza, senza l’appoggio ma con l’astensione dei partiti arabi. Tale governo di minoranza potrebbe cadere addirittura il giorno dopo essere nato, ma in quel caso acquisterebbe il vantaggio di guidare il Paese fino alle successive elezioni. Il terzo scenario è che in quest’ultimo mese si determini uno spostamento di voti verso il blocco dell’attuale opposizione, tale che questo si ritrovi con i 61 seggi necessari per governare. Al momento questa sembra essere la ipotesi più lontana. Comunque vada il voto, appare chiaro che sarà ancora una volta un referendum su Netanyahu. Attualmente, tra i suoi sostenitori, ci sono coloro che lo ritengono il miglior politico che Israele abbia mai avuto, e l’unico in grado di reggere il Paese, stante l’assenza di un’alternativa valida. E all’opposizione c’è chi lo vorrebbe processare per alto tradimento, anche alla luce delle ultime rivelazioni sul pre-7 ottobre.

E qual è il tuo giudizio?

Se per un momento facessimo finta di non pensare al 7 ottobre, quello che ne è derivato, alle responsabilità del governo nel consentire che accadesse, e ci concentrassimo sulla situazione interna, allora ci accorgeremo che da tempo ormai Israele è un Paese in cui tutto funziona male: i rapporti esteri, i trasporti, la polizia, la giustizia, la scuola, la sanità, le infrastrutture, la ricostruzione del nord devastato dai missili di Hezbollah. Il Paese oggi è fermo, al punto che secondo i criteri di misurazione internazionale dell’apprendimento delle fasce scolari più basse, Israele è precipitato nella graduatoria dei Paesi più sviluppati, ossia ha fatto registrare un vero e proprio crollo di qualità. Senza parlare della questione, rimasta irrisolta, dei haredim, ossia degli israeliani religiosi antisionisti che sono ancora esentati dal servizio militare, a fronte di cittadini israeliani che, dopo anche 500 giorni di servizio al fronte, continuano a morire. Il governo non ha saputo, anzi non ha voluto risolvere tale questione, perché ricattato dalla coalizione dei partiti religiosi.

Alcune settimane fa Haaretz ha pubblicato la notizia per cui gli EAU avevano avvisato i servizi segreti israeliani di un possibile attacco di Hamas. Che sviluppi ha avuto questa rivelazione?

la firma degli accordi di Abramo, nel primo mandato Trump

Il fatto che gli Emirati arabi non abbiano smentito la notizia vale a confermarla. Del resto, anche l’Egitto, e perfino l’Autorità Palestinese avevano informato ripetutamente poco prima del 7 ottobre che qualcosa di grosso poteva accadere a Gaza, senza contare le testimonianze disperate delle giovani soldatesse di guardia che da giorni avevano segnalato movimenti militari al confine. Attualmente non è ancora possibile comprendere con esattezza cosa sia accaduto, soprattutto perché Netanyahu continua a rifiutare la costituzione di una commissione d’inchiesta indipendente. Ad esempio, tra le 06:29 del mattino, quando il premier fu avvisato dell’attacco (la sua prima risposta fu: “Perché sparano?”), alle 10, quando convocò il consiglio di sicurezza israeliano, non sappiamo ancora esattamente cosa sia accaduto. Più in generale, Netanyahu è manifestamente responsabile del 7 ottobre da molto prima. Oggi la destra accusa di fatto Sharon di aver evacuato Gaza nel 2005, ma non dobbiamo dimenticare che Netanyahu governa più o meno ininterrottamente dal 2009, che in tutti questi anni ha preferito puntare alla divisione tra palestinesi, ossia ostacolare la dirigenza, peraltro molto discutibile, dell’Autorità nazionale palestinese, sostenendo di fatto Hamas, in particolare consentendo che venisse finanziato dai soldi del Qatar. La diabolica città sotterranea costruita da Hamas in tutti questi anni, che è servita come base per i massacri di civili del 7 ottobre, per il lancio di migliaia di missili sulle città israeliane e per l’occultamento e la tortura di 255 prigionieri vivi e morti, è responsabilità primaria di Netanyahu.

Il 27 ottobre il Paese finalmente torna a votare. Come vivi personalmente questo momento?

in Israele si voterà il prossimo 27 ottobre

Andrò a votare con un sentimento di profonda inquietudine, consapevole che viviamo sul filo del rasoio e che ci aspetta, nel migliore dei casi, un processo di ricostruzione difficile, lungo molti anni. Del resto, se torno a guardare fuori da Israele, mi sembra che non solo noi viviamo una lunga crisi. Fammi fare solo un accenno alle vicende italiane. L’attuale dibattito sul disegno di legge contro l’antisemitismo, dove il Partito Democratico, che pochi anni fa aveva votato a favore della definizione IHRA di antisemitismo, prima si è astenuto in Senato e ora probabilmente voterà contro alla Camera, segnala ai miei occhi le profonde contraddizioni e la crisi morale di questo partito e di molti democratici occidentali. Molti discorsi e atti di delegittimazione nei confronti di Israele compiuti dai politici all’estero suscitano una reazione istintiva di disgusto nel pubblico israeliano e apportano decine di migliaia di voti a Netanyahu. Sottolineo: anche grazie al contributo verbale della sinistra italiana, Netanyahu potrebbe sopravvivere alla tornata elettorale. Al che non ci resterà che dire: Grazie a voi. Quanto a noi, Israeliani democratici, spero che avremo la forza di costruire una nuova Israele, per così dire una Israele 2.0, che ci aiuti se non altro a fermare l’emorragia di credibilità che stiamo subendo per colpa di Netanyahu e dei suoi accoliti.

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