Yom Kippur, ricordo della milà di Avraham avinu

A Kippur si fa espiazione, si perdona e si chiede perdono. Ma, secondo una tradizione, si ricorda anche uno dei meriti dei nostri padri: la milà di Abramo.

Il giorno dell’espiazione (da parte umana) e del perdono (da parte divina) è così carico di spunti spirituali e psicologici, offerti dai molteplici testi della liturgia ebraica, che a ogni vigilia di questa solennità vi è sempre l’imbarazzo di quale tema sottolineare o da quale spunto partire per meglio entrare nello spirito e nella prassi di Kippur.

La recita delle selichot al Qotel

All’ascolto del brano biblico che sta alla base della giornata, che si legge da Wajqrà/Lv 16 (il rito dei capri espiatori), la tradizione rabbinica ha aggiunto il ricordo della consegna a Israele, be-yad Moshe ossia ‘per mano di Moshe rabbenu’, delle seconde tavole della Torà, dopo altri quaranta giorni sul Sinai: Mosè vi sarebbe salito a rosh chodesh Elul e sarebbe disceso il 10 di Tishrì, a Kippur appunto. Far coincidere il giorno dell’espiazione (yom hakippurim) con l’accettazione delle tavole, sintesi di tutta la Torà, ha il senso di impegnarsi, in quel momento, a ‘prendere su di sé il giogo del regno’ ossia nell’osservanza dei precetti, altrimenti la teshuvà è falsa e il perdono è offerto invano… Inoltre, le seconde tavole consegnate a Kippur sono quelle scritte dall’uomo Mosè (non dall’antropomorfico ‘dito’ di HaQadosh Barukh Hu) e quindi nessuno può accampare scuse come se la lettera dei precetti fosse inaccessibile o incomprensibile, come se le mitzwot fossero scritte in una lingua divina! La Torà e in particolare le Dieci Parole parlano la lingua degli esseri umani, direbbe Rabbi Yishma’el: non bisogna essere dei mistici né degli eruditi per comprenderle e metterle in pratica.

Maurycy Gottlieb, ebrei in preghiera nel giorno di Kippur, 1878

Ma i maestri di Israele hanno caricato Kippur anche di un altro ricordo, ovviamente attraverso il midrash: il 10 di Tishrì, secondo quel che leggiamo nei Pirqè de-rabbi Eli‘ezer, Abramo si sarebbe circonciso in ottemperanza a quel che il Santo benedetto gli chiese per sancire il loro patto. Da qui il nome tecnico della circoncisione: brith milà. Facendo coincidere il giorno della versamento del sangue del primo patriarca con il giorno dell’espiazione e della riconciliazione tra Cielo e terra, la tradizione ebraica intende sottolineare il valore espiatorio di quel sangue e del sangue che ogni ebreo versa nel giorno della propria milà. Come il midrash esplicita, “ogni anno a Kippur il Santo benedetto vede il sangue della circoncisione di Abramo nostro padre e perdona tutti i peccati di Israele”.

Potremmo aggiungere che anche Israele a Kippur si ricorda del sacrificio di Abramo, il sacrificio del prepuzio, e trova riparo nei ‘meriti dei padri’. Quella dei ‘meriti dei padri’, ossia i patriarchi (ma possiamo ben includere i meriti delle matriarche, of course), è un’antica dottrina rabbinica oggi poco studiata e apprezzata, ma che torna spesso nella liturgia sinagogale al fine di rafforzare il legame inter-generazionale nel popolo ebraico e di stimolare gratitudine e imitazione degli esempi migliori. Nessuno che sia stato circonciso a otto giorni ricorda la propria milà, ma Kippur, zikkaron della milà di Avraham avinu, di Abramo nostro padre, è un po’ la festa della circoncisione di tutto Israele.

rav Salanter

Il patto è rinnovato, la Torà è data e accolta, le simboliche porte possono chiudersi con la preghiera di neilà (sebbene la tradizione ricordi che “le porte della teshuvà non chiudono mai”). Un maestro assai influente del XIX secolo, il rabbino ashkenazita Israel Lipkin Salanter (1810-1883), fondatore del moderno movimento detto Musar, insegnava: “La maggior parte delle persone fa teshuvà durante la recita delle selichot, la settimana prima di Rosh ha-shanà [secondo l’uso ashkenazita]; le persone più devote durante il mese di Elul, che precede le festività; ma io penso che si dovrebbe cominciare a fare teshuvà immediatamente dopo Yom Kippur…”.

 

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