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Europa, Memoria, Democrazia: da qui passa il nostro futuro

Haim Baharier ha svolto poche settimane fa una conferenza sulla democrazia. Riflessi gli ha chiesto di ripercorrere alcuni dei temi indagati

Maestro Baharier, ci eravamo lasciati lo scorso novembre, annunciando la sua lezione al Teatro “Franco Parenti” sulla democrazia del 22 gennaio. Allora si era augurato che il teatro fosse pieno a metà di giovani e metà di anziani: come è andata?

Haim Baharier

Ho avuto la piacevole sorpresa di notare che tra il pubblico vi erano tanti volti nuovi. Inoltre, avrei voluto ringraziare i presenti per il calore del lungo applauso finale. Tra me e me ho commentato: saranno contenti che sia finito! Invece, appena sono sceso dal palco mi sono trovato circondato…Sembra che le mie parole abbiano fatto centro.

Ne sono sicuro. Su cosa si è soffermato nella sua lezione?

L’argomento scelto era la democrazia e ho premesso che non avrei fatto né un discorso storico né politico sul tema. Ho esordito precisando che la democrazia è uno strumento, non un valore in sé. Pochi giorni dopo sono stato chiamato a parlare del Giorno della memoria, istituzione democraticamente emanata, eppure alla quale aderisco con grande scetticismo. E questo mi fa pensare sia alla difficoltà di parlare da minoranza sia da protagonista di seconda generazione della memoria. Riguardo a quest’ultima difficoltà vorrei sottolineare l’espressione coniata: “la ferita narcisista”. E questa mia riluttanza a partecipare alla specifica giornata della memoria è la dimostrazione che la democrazia non è un valore se non è pervasa dalla criticità etica delle decisioni.

Ci può aiutare a capire?

Il Teatro Franco Parenti

La meta è recuperare una dimensione etica. Nella conferenza al “Parenti” sono partito da lontano: dalla fuga di Giacobbe da casa, quando, pernottando nel deserto, sogna. Ed ecco una scala “dentro” la quale salgono e scendono malachim, troppo semplicemente tradotti come angeli. Il testo recita: la cima della scala tendeva verso i cieli, la base era protesa verso la terra. La scala non poggia sulla terra e non raggiunge i cieli. Dov’è la scala?… Nonostante le condizioni estreme in cui si trova, nonostante rischi la vita nella fuga, Jakov riesce ancora a sognare. Il testo, come punteggiato dalla tradizione, mette lì un punto e virgola: “Sogna; ed ecco scala”. Significa che Jakov è lui stesso una scala.

Che significa?

Andrè Neher (1914-1988)

André Neher spiegava: ci sono in realtà due scale, una che proviene dai cieli, un’altra alla quale il genere umano si aggrappa per salire. Tutte e due le scale sono incomplete, sono distanti fra loro, e idealmente si incontrano a livello della loro rispettiva interruzione. Sulla scala che scende ci sono i concetti, luminosi come angeli. Scendono perché occorre metterli in pratica. Sono le mitzvoth, ma anche le filosofie, o le idee politiche. Sull’altra scala, quella che parte dal basso, ci siamo noi. Quando arriviamo allo stesso livello, e le due scale sono una di fronte all’altra, lì occorre operare un salto etico. Quelli che salgono devono saltare “dentro” una scala dove ci sono i concetti; e questo salto io lo chiamo etica. Venendo alla democrazia, dovremo capire come introdurre nel pensiero democratico l’intangibile etico. Senza tale intangibile ogni forma di governo perde senso, anche la democrazia.

La democrazia, di per sé, non assicura questo risultato?

La democrazia è uno strumento per governare; un buon strumento, certo – anche se in certi momenti storici anche la regalità ha mostrato di funzionare – ma, come tale, bisogna sempre verificare se essa è in grado di integrare nelle sue leggi l’etica.

il parlamento italiano

Lei parla di etica, tuttavia sono molti i casi di candidati, ed eletti, non solo in Italia, che hanno avuto problemi con la giustizia. Come fare a capire se sono idonei sul piano etico?

Eventuali errori commessi nel passato potrebbero essere il segno del pentimento avvenuto; non è detto che chi si sia macchiato in passato di comportamenti sbagliati non sia più degno in futuro. La tradizione ebraica ha fondato su questa questione una modalità di verifica: qualsiasi responsabile deve portare appeso alla schiena il suo personale vermicaio. Guardi Aronne, macchiato dal peccato del vitello d’oro: proprio per questo diventa cohen gadol, perché è il simbolo della teshuvà.

A proposito di Aronne. Nel deserto, Korach contesta la nuova carica di Aronne, ribellandosi a Mosè, esigendo una maggiore democrazia nella gestione dei ruoli di responsabilità; potremmo dire: contesta la gestione del potere.

La discussione sul forno di Akhnai, immaginata da Stefano Levi Della Torre

In effetti noi lavoriamo nella nostra vita quotidiana pensando alla regola per cui occorre seguire la maggioranza. Il forno di Akhnai (l’episodio del Talmud in cui la maggioranza dei maestri prevale sull’opinione di uno, n.d.r.) sembra esserne il prototipo. Quando Mosè indica suo fratello come sommo sacerdote, Korach si ribella, sostenendo che Mosè stesso disse a suo tempo che tutto il popolo è Qadosh, distinto. Mosè chiede a ogni tribù di designare un rappresentante, nonostante già ci fossero, e questa è la forma etica per eccellenza mostrata dal profeta, cioè ammette la necessità della verifica della legittimità delle cariche pre-esistenti. Ed ecco che i capi tribù si precipitano a dare il loro bastone come se fossero stati confermati. Mosè prende i bastoni e li poggia contro l’Arca contenente le tavole della Testimonianza. Al mattino, soltanto il bastone di Aròn non cessa di fiorire e germogliare mandorle, simbolo della profezia. Mosè presenta tutti i tredici bastoni al popolo. La Torà commenta: il popolo si rattristò, perché disse: mai avremo accesso al governo spirituale di Israele. Il popolo, però, non ha compreso il messaggio che voleva dargli Mosè: lui voleva mostrare che se oggi un bastone può fiorire, non è detto che più avanti non fioriranno anche gli altri. In democrazia, il problema è questo: è il fiorire del bastone. La Camera, o il Senato, approvano una legge a maggioranza, ma questo squalifica tutto il resto? Dietro una legge bisognerebbe sempre far capire che si è tenuto conto di tutto quello che si è detto per arrivare alla sua approvazione. Una legge deve contenere gli intenti che l’hanno preceduta. In altre parole, occorre confermare sempre l’autenticità e l’etica espressa da tutti. Certo, si può replicare che proprio per questo esistono gli emendamenti, e allora io rispondo: sono stati concepiti dagli stessi promotori delle leggi.

Oggi una delle insidie per la democrazia è l’antisemitismo.

La prima manifestazione antisemita menzionata nella Torah si mostra appena i figli di Israele sono usciti dall’Egitto, assurti alla dignità di popolo [con l’attacco di Amalek, n.d.r.] È interessante notare che essa avviene narrativamente a seguito della domanda degli anziani di Israele: “Dio è con noi oppure no?”. Questa domanda è inconcepibile, è carente di dignità, perché cerca nella diversità una caratteristica qualitativa, mentre è esclusivamente pluralità.

Come si risponde all’antisemitismo?

La risposta la conosciamo: Mosè dice agli ebrei di armarsi, non di pregare. Giosuè combatte, mentre Mosè tende le mani verso l’alto, ossia verso Colui che ha proposto la terra di Canaan ai figli di Israele. Mosè ci indica la meta: creare una società diversa, sulla terra del dono. Questo scopo è quello che ancora oggi ci incoraggia a combattere contro gli antisemiti. Certo, Amalek non è distrutto, ma solo indebolito. Ancora una volta, traducendo la Torah, possiamo dire che oggi è arrivato il momento, soprattutto per i giovani, di pensare l’antisemitismo, e chiedersi cos’è. Personalmente concepirei una riflessione dell’Occidente da una parte e del mondo ebraico dall’altra per un successivo sincero confronto.

Come si fa?

Haim Baharier in uno dei suoi incontri-lezione

C’è una formula della Torah di fronte allo smarrimento iniziale: “Faremo e ascolteremo”. Fare e ascoltare significa fare di più di quello che si capisce per capire di più quello che si fa.  Dobbiamo cominciare a leggere, a informarci, a conoscere. Questo è il fare. Con questo fare, più di quel che si capisce, arriveremo a capire quello che stiamo facendo, la materia che stiamo studiando.

Il Giorno della memoria ci può aiutare a combattere l’antisemitismo?

Purtroppo, credo che il Giorno della Memoria ottenga il risultato contrario all’obiettivo. Il Giorno della Memoria è per molti un modo per soddisfare la propria coscienza.

Eppure si organizzano eventi anche di grande impatto e con un grande pubblico.

Fabio Fazio e Liliana Segre nello speciale Rai del 27 gennaio al Binario 21

Devo dirle che ho pensato molto alla trasmissione di venerdì sera al Binario 21, svolta di Shabbat, in assenza di rappresentanti dell’ebraismo italiano, e credo che in questo modo si rischi davvero di perdere il senso della memoria. Credo anche che l’antisemitismo ha molte facce, e che la nostra identità passi per la Shabbat. Se c’è una memoria paradigmatica, questa è quella della Torah. Come si fa a parlare allora di memoria senza gli ebrei presenti?

Mediteremo anche su questo. Per tornare alla democrazia, come si fa a distinguere tra buona leadership e populismo?

Ancora una volta, dobbiamo leggere il testo. L’essenza dell’uscita di Mitsràim è: abbandonare l’orrore abituale di Mitsràim. Tale è il progetto di Mosè: completare l’opera di Josef. Josef ha portato il popolo in Egitto, Mosè lo riporta nella terra di Canaan. Tuttavia Mosè non si dimentica di Josef, va a prenderne le ossa e le porta nel deserto e poi in Canaan. Questa è la democrazia. Josef aveva sbagliato, ma in buona fede.

Ramses II, faraone in Egitto orientativamente ai tempi dell’Esodo

In cosa aveva sbagliato?

Suo fratello Giuda gli aveva detto: “sei diventato come il faraone”, ma Josef non l’aveva capito. Io credo che bisogna approfondire l’idea del particolare e quella del collettivo. Josef è chiamato “giusto”, ma dai saggi, non dalla Torah. La Torah chiama “giusto” Noach. Josef ci fa capire che si può avere un comportamento giusto come singolo, e sbagliare dal punto di vista della collettività. Avere, per così dire, uno sguardo corto. Mosè è diversissimo da Josef, perché è umile e non si allontana mai dalla preoccupazione della collettività, mai.

Anche Mosè però ha i suoi problemi. Korach, come detto, lo contesta.

Mosè è un profeta, è l’interprete di una parola sublime, di una parola che sfugge. Di Korach invece non sappiamo molto, se non che è colto e ricco. Korach dice che Mosè si contraddice perché sta attuando delle scelte interessate, piegando la storia del popolo ebraico a una storia di famiglia, quando accorpa potere politico e sacerdotale, delegato al fratello Aronne. Ma Korach sbaglia, perché non ha voluto capire l’intento di quella scelta: il sommo sacerdote, è spiegato nel Talmud, viene punito a morte se non annuncia il nome di chi offre dei sacrifici o se cambia l’ordine della procedura del santuario. Tutto ciò significa che il suo non è un ruolo di potere, ma di responsabilità: deve mantenere chiaro il linguaggio e salvaguardare l’identità di ciascuno.

la disputa di Korach

Quindi è per questo che Korach viene punito?

La tradizione orale ci dice che Korach viene inghiottito dalla terra, ma che se si va sul punto in cui questo è avvenuto ogni primo giorno del mese, e si presta ascolto, si può sentire una voce che dice: “Mosè è verità e la Torah è verità”. Verità si dice Emet: è una parola che si fonda sulla lettera mem, la lettera al centro dell’alfabeto, tra inizio e fine, tra la alef e la tav: un simbolo di mediazione. E dalla Bibbia sappiamo che tra la discendenza di Korach vi sarà un uomo assai importante, il profeta Samuele. Korach, accecato dall’ambizione, non ha capito (o non vuol capire?) di essere lui stesso il vermicaio che il profeta Samuele porterà sulla propria schiena. E comunque, prima che la terra si apra, Mosè fa allontanare tutti, cioè li mette in salvo. Credo che questa sia una lectio: Mosè ci insegna il rispetto per l’opposizione.

Il governo guidato da Netanyhau

A proposito di lotte interne: oggi Israele è profondamente divisa.

Quello che è successo con le ultime elezioni ci fa capire che esistono due modi di appartenere a una nazione e di esserne cittadino. Questo modello duplice non poteva che arrivare da Israele, vista la sua particolarità. Il sionismo che ha fondato lo Stato, proattivo, nasce in un ambiente laico che non si riconosce affatto nella Torah, e che pensa che esista la possibilità di appartenere comunque alla nazione di Israele e alla identità di Israele. Vede, giorni fa ascoltavo un rabbino, membro del parlamento israeliano, dire che quando lui negozia all’interno della Knesset lo fa a nome di Qualcuno, perché si sente investito dal messaggio profetico della Torah; ma, ha aggiunto, capiva molto bene che anche dall’altra parte, opposta alla sua, la legittimazione non era minore, perché ci sono persone che non credono in quel fondamento profetico eppure hanno la stessa ambizione: stare sulla terra di Israele. Bisogna dunque capire che è possibile comunicare. Ho trovato in questo un’apertura straordinaria. E spero che avvenga anche in Europa.

il parlamento europeo

La democrazia, cioè la politica, mi portano a chiederle se e quale può essere oggi lo spazio per un ebreo per impegnarsi nell’amministrazione pubblica.

Le racconto un piccolo aneddoto. Un po’ di tempo fa venne da me Emanuele Fiano, offrendomi di presentarmi al parlamento europeo, dicendo che sarebbe stato importante far sentire una voce etica in quell’Assemblea. Rifiutai. Lui pensa ancora che abbia sbagliato, ma io non ho rimpianti. Naturalmente, io penso che noi abbiamo doveri come cittadini e verso la nazione che ci ospita. È così che io vivo la diaspora, anche ora che sono diventato cittadino italiano. Ma partecipare alla politica collettiva mi fa paura, perché le idee che io ho del fare e del popolo sono quelle della Torah, e mi risulta difficile pensare cosa vada bene per un popolo che ha identità e ideali e valori diversi dal mio. Quello che posso fare è garantire l’etica di cui parlavamo all’inizio.

Emanuele Fiano

Come si fa?

Le faccio due esempi. Tempo fa mi chiesero di dire qualcosa di Neilà, quasi alla fine di Kippur. Allora andai e riferii le parole del Hafez Haim, il più grande maestro del tempo assieme a rav Kook, che salì in cattedra e disse: “Noi sappiamo che la Torah non vuole che portiamo debiti morali vecchi e di qualsiasi tipo nell’anno nuovo. Compresi i debiti fiscali.” Ecco: garantire l’etica significa, ad esempio, che le tasse dello Stato vanno pagate.

rav Abram Kook (1865-1935)

E il secondo esempio?

Quando avevo sette, otto anni, a Sukkot si andava a mangiare al ristorante universitario kasher di Parigi, che trasformava il terrazzo in sukkà, di fronte al Jardin di Luxembourg. La prima sera di sukkot mio padre si fermava al primo tavolo, e con il suo francese dall’orribile accento polacco, lui che era reduce di Auschwitz, diceva alla coppia seduta: Bonsoir, monsieur le Président. Si rivolgeva a Pierre Mendes France (presidente del Consiglio tra il 1954 e il 1955, n.d.r.), l’uomo che rappresentava le riforme, che aveva iniziato la decolonizzazione. Oggi nessuno si ricorda più di lui, eppure ha fatto cose meravigliose. Ecco, direi allora questo: se siamo disposti a fare cose buone e a non essere ricordati, allora noi ebrei possiamo fare politica.

Pierre Mendes France (1907-1982)

Ha mai pensato di trasferirsi in Israele?

Non ho mai smesso di domandarmelo.

Un’ultima domanda. Una settimana fa abbiamo festeggiato Tu biShvat, che ci invita al rinnovamento, di cui, credo, si senta bisogno.

l’ultimo libro di Haim Baharier: “Il cappello scemo”, Garzanti (2021)

Tu biShvat è il capodanno degli alberi. L’uomo nella tradizione ebraica è paragonato a un albero. E con un certo albero, nel rifugio di Eden, ha avuto una storia assai spiacevole…Si tratta di intraprendere il Tiqùn

Dovremo tornare a parlarne, allora.

Sì, volentieri.

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